Mercurio volante copia da Giambologna in marmo

Mercurio volante copia da Giambologna in marmo

€ 3.000,00Prezzo

Marmo verde

Secolo XIX

Altezza cm 88 circa

 

Da wikipedia:

 

Il Mercurio volante e i bronzetti

Mentre era ancora impegnato nei lavori per la fontana di Piazza Maggiore il delegato papale Cesi richiese a Giambologna una statua da porre nel cortile dell'Archiginnasio, sede dell'antica e prestigiosa università bolognese; egli avrebbe dovuto eseguire un bronzo raffigurante il dio Mercurio con l'indice proteso verso il cielo, simbolo dell'origine divina del sapere, che sarebbe servito da monito per tutti gli studenti.

Il progetto non fu mai portato a compimento, ma Giambologna ne elaborò un modello conservato presso il Museo civico di Bologna, che costituisce solo il primo dei numerosi bronzi con il medesimo soggetto realizzati dall'artista, definito appunto Mercurio volante. Nelle versioni successive lo scultore trasformò Mercurio in una figura molto più dinamica e protesa verso l'alto, come pronta a spiccare il volo, conferendole una libertà di movimento e leggerezza inedite. Quando tornò a Firenze lo scultore lo propose certamente ai Medici, che entusiasti ne ordinarono subito uno da spedire all'imperatore Massimiliano II d'Asburgo, come dono diplomatico per le trattative ancora in corso delle nozze tra Francesco e Giovanna, sorella del sovrano.

Giambologna replicò con i due bronzetti conservati a Vienna e Dresda e nel 1580 fuse il Mercurio di grandi dimensioni oggi esposto al Bargello, originariamente destinato al loggiato della villa del cardinale Ferdinando dei Medici a coronamento di una fontana posta al centro di un magnifico complesso decorativo; l'unica variante rispetto agli esemplari precedenti è costituita dalla testa di Zefiro posta sotto un piede del dio e dalla quale esce un soffio di vento che lo sospinge verso l'alto, accentuandone il senso di immaterialità. Oltre alla fortunata invenzione del Mercurio volante, Giambologna acquisì immensa fama realizzando numerosi altri bronzetti per i collezionisti fiorentini dell'epoca; il suo primo mecenate, Bernardo Vecchietti doveva sicuramente possederne molti, donatigli in parte dallo scultore in cambio della sua protezione, ma intorno agli anni ottanta del Cinquecento si può dire che non ci fosse collezionista che non ambisse a possedere un'opera di Giambologna, soprattutto quelle di piccolo formato.

Lo sviluppo di questa tendenza a Firenze è in buona parte da ricondurre alle passioni artistiche del granduca Francesco I, che con la creazione di ambienti come lo Studiolo in Palazzo Vecchioe la Tribuna degli Uffizi, fornì nuovi criteri per l'esposizione delle opere, spingendo tutti i collezionisti a imitare la sua straordinaria raccolta. Nello Studiolo, oltre alle tavole dipinte che decoravano gli sportelli degli armadi pieni di ogni genere di cose, vi erano 8 nicchie contenenti figure di divinità in bronzo; Giambologna eseguì quella raffigurante Apollo (1573-75), dalla caratteristica posa serpentinata e stupendamente rifinita.

La collocazione della statuetta nella nicchia non costituiva ormai un impedimento alla pluralità di vedute in quanto Giambologna la dotò di una sorta di meccanismo che ne consentiva la rotazione. Per la Tribuna egli realizzò invece le sei Fatiche di Ercole (1576-1589), piccole sculture in argento non più esistenti (gli originali vennero rifusi per ricavarne il prezioso metallo), ma che ci sono note grazie ad alcuni modelli in bronzo conservati al Bargello.

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